Ogni volta che si afferma e si diffonde una nuova tecnica produttiva, in questo caso l’intelligenza artificiale, si riapre un tensione teorica tra chi attribuisce alla tecnica una forza plasmatrice dei rapporti sociali e della stessa psiche umana – una tecnica che “fa la storia” – e chi, invece ( oggi una esigua minoranza) risolleva il tema della storia sociale dei rapporti di produzione, di scambio e di consumo, della ideologia che ne dipende e che, al tempo stesso, li giustifica e li sostiene, formando una umanità conforme ad essi. Appartengo alla ormai sparuta schiera di chi non intende abbandonare, nell’analisi storico-sociale, la visione marxiana, peraltro nella sua essenza tesa a trasformarsi insieme alla trasformazione storica. Il che ovviamente non significa né ripetere né appartenere a una variante dei “marxismi”, significa solo utilizzare anche quel modo di vedere per cercare di comprendere i cambiamenti delle tecniche nel contesto della storia sociale, quindi, oggi, nel contesto della storia del capitalismo. Da questo punto di vista già la dizione “capitalismo digitale” o suggerisce semplicemente che la digitalizzazione è e sarà, per un certo tempo, la tecnologia capace di ristrutturare gran parte delle tecniche produttive e di consumo (e usata in questo senso ristretto è un’ahermazione che non fa problema), oppure indica una sorta di nuova forma del capitalismo stesso: in questo senso non la accetterei. La digitalizzazione rimane una tecnica, non è un rapporto di produzione, per quanto sia importante nel foggiarne nuove manifestazioni. Perché insistere su questo punto? Perché sento in questa versione l’eco dell’heideggerismo che è stato assorbito anche da gran parte dei pensatori di sinistra: l’era della tecnica trasforma i modi di produzione di scambio cancellandone il contenuto storico di classe, la ricerca del profitto – il denaro che deve figliare un sovrappiù di denaro – diventa una conseguenza e non più la struttura reggente, la causa e il fine delle innovazioni. Detto con le categorie marxiane: la tecnica diventa il “feticcio” dentro il quale si nasconde la trasformazione delle cose in movimenti reggenti e finalizzati, come se fossero le cose stesse, le “cose” dell’economia (o peggio ancora le tecniche stesse di produzione) a diventare persone che agiscono e determinano gli assetti sociali. All’opposto le persone diventano cose agite, ruoli dipendenti dal movimento inconsapevole e incontrollato della Cosa Capitale.
Credo che la fase storica attuale debba essere caratterizzata come “capitalismo globale”. Globale non solo geograficamente, ma globale perché informa di sé e conforma a sé tutti gli aspetti della vita, produttiva, di consumo, fino alla vita cosiddetta privata e fino alla nuova conformazione della psiche collettiva. Dentro questa globalità la digitalizzazione rappresenta una nuova e più efficace forma di compenetrazione del modello produttivo con l’intero campo del tempo di vita, delle azioni e delle passioni degli individui: proprio per questo va inserita e bisogna provare a comprenderla entro le coordinate della configurazione culturale del capitalismo globale. Ho proposto – con poco successo fino ad oggi – il neologismo “licitazionismo” per coglierne gli aspetti distintivi e centrali1. Prendo questo termine dal Quinto Canto dell’inferno di Dante, dedicato appunto alla concupiscenza, la forma peccaminosa del desiderio sessuale, della libido. E proprio alla libido si riferiscono i versi che ho ripreso per coniare il termine licitazionismo: scrivendo di Semiramide Dante dice al verso 56 che “libito fè licito in sua legge”, ciò che viene desiderato è, proprio per questo, proclamato legge. Può apparire assurdo e antistorico prendere da un verso di un poeta del XIV secolo un termine che serva a designare la temperie culturale della nostra epoca. Ma non è così assurdo: mi rifaccio qui agli studi di Giovanni Arrighi che individuano le forme nascenti del capitalismo proprio a Genova, Venezia e Firenze nel tredicesimo secolo2. Dante quindi può aver intuito, nel nuovo mondo della “gente nova” che vedeva nascere, una tendenza alla dismisura che cominciava a manifestarsi nell’economia e nei comportamenti di quelle che allora erano le città socialmente ed economicamente più avanzate del mondo. I lussuriosi, secondo Dante, “sommettono al talento la ragione”. La ragione è offuscata e svalutata, e la ragione è il principio – sì proprio la ratio latina, ma anche il logos greco – della misura, della ricerca della giusta misura. Ma è proprio la misura che rovescia il suo significato nella civiltà del capitalismo: qui la misura diventa una quantità in movimento che definisce il successo di un’impresa in base alla sua capacità di accrescimento del denaro: il capitale è denaro che genera un surplus di denaro, un profitto.
Questo movimento quantitativo dà la forma al processo storico economico che è però, nella società capitalistica, l’alfa e l’omega della civiltà: se qualcosa non è profittevole non ha “valore”, con tutta la polimorfia della sua estensione analogica di significati nei diversi campi dei modi di vivere contemporanei. Produrre di più con maggiore profitto: questa è diventata la regola di ogni prestazione, e il principio di prestazione che ne consegue traduce la spinta economica in ogni altra sfera della vita: certo, prima di tutto, nel campo del lavoro, ma poi anche nel consumo, poi anche nelle relazioni con gli altri e, quindi, lo fa diventare il principio guida dell’esistenza. Un desiderio accumulativo che non riguarda solo il denaro ma ogni tipo di esperienza che, già solo per questo, configura l’insieme dell’organismo sociale come territorio di espansione e rapina del metabolismo del denaro che è più onnivoro degli umani, infatti può mangiarsi ogni tipo di vita e ogni aspetto della vita. Come ha già scritto Ehrenberg3 la nozione di depressione sconfina ben oltre la sindrome “propriamente” depressiva, e l’impiego degli antidepressivi in condizioni che sfiorano soltanto le caratteristiche della depressione definibile clinicamente, dà la misura di quanto si stia parlando di una sorta di “malattia sociale”. Una malattia che si potrebbe e si dovrebbe correlare con la dominanza sconfinata del principio di prestazione, ormai criterio di qualsiasi professione ma anche di qualsiasi relazione sociale, a partire da quelle intime e sessuali. La prestazione trionfa, come già aveva pronosticato e spiegato Marcuse negli anni sessanta. Il licitazionismo, come figura e simbolo dell’epoca che ha accantonato e sbeffeggiato la cultura della colpa, spinge oltre ogni limite la sfera del desiderio: il desiderio senza misura, e senza distinzioni e gerarchie di ambiti nei quali poter dispiegarsi, diventa coazione a un autosuperamento senza fine, in perfetta sintonia con la dinamica del denaro che deve sempre aumentare se stesso. È in questo contesto che deve essere collocato il processo di digitalizzazione. Certo innanzitutto bisogna collocarlo, specie con l’applicazione dell’intelligenza artificiale, non solo tra le tecniche di produzione ma anche – e questo ne sottolinea l’importanza – tra i modelli organizzativi applicabili a ogni tipo di azienda: quindi potremmo dire che è una innovazione tecnico-organizzativa potenzialmente universale e già per questo perfetta espressione del capitalismo inteso come fenomeno globale. Ed è proprio questa proprietà di riformulare i modelli organizzativi a suscitare anche la protesta contro il malfunzionamento degli algoritmi: aumento dell’intensità di lavoro, dunque più sfruttamento, e mancanza di trasparenza che facilita manovre discriminatorie (Amazon e Deliveroo sono due casi nei quali questi aspetti sono stati al centro delle contestazioni). Ma un aspetto decisivo è la trasformazione potenziale dei consumatori in “controllori” inconsapevoli dei lavoratori quando rispondono alle richieste di valutazione della prestazione dei singoli operatori. E, attraverso la comunicazione dei loro dati, i consumatori diventano anche produttori, non pagati, in quanto fornitori di dati usati poi per ottimizzare produzione e vendite. Tutto questo esacerba e diffonde quasi universalmente il principio di prestazione: ne deriva non solo una ricarica continua dell’ansia ma anche la trasformazione dell’ansia, in senso difensivo (ovviamente fallimentare) in ossessione. Ansia e ossessione sono spesso fenomeni dinamicamente complementari. Le costanti antropologiche delle oscillazioni emozionali-temporali fra rimorso per l’azione fallimentare e la fascinazione-idealizzazzione delle aspirazioni per il futuro, fra la delusione e l’avversione da un lato e l’illusione piena di pretese e di aspettative dall’altro, la tensione fra disprezzo e infatuazione, tutto questo, che è da sempre, si intensifica enormemente per la contrazione temporale-spaziale esasperata dalla ubiquità e illimitatezza informativa: così le tensioni emozionali si estendono e si intensificano in una sorta di conflitto interiore tanto permanente quanto difficilmente metabolizzabile.
Ma, da un punto di vista di macrosociologia storica, la caratterisitca complessiva di questi processi potrebbe essere ancora compresa nell’alveo della marxiana occlusione della porosità della giornata lavorativa: se il consumo stesso diventa produttivo, se il processo di produzione e di consumo si estende in modo indefinito e si insinua in ogni tempo “morto” rispetto al lavoro, allora ci avviciniamo inconsapevolmente al riempimento di ogni spazio di vita da parte della logica del profitto: logica inconsapevole perché è l’essenza del capitalismo stesso d’essere un processo sociale privo di controllo e di consapevolezza sociale (è proprio questa doppia assenza che ne costituisce l’essenza secondo Marx). L’illusione di autonomia che tuttavia può essere rinforzata da una fittizia autodeterminazione di “tempi e metodi” (in passato direttamente imposti nella fabbrica fordista e nell’automazione dei processi nella fabbrica postfordista), riproduce, in modo inconsapevole per i soggetti coinvolti, il modello delle società capitalistiche: ognuno “gioca” per sé, all’apparenza, proprio perché consapevolezza e controllo del processo di produzione e di scambio sono assenti e sono rimpiazzati dal movimento “cosale” dei profitti e delle perdite, dei salari e delle espansioni-contrazioni-specializzazioni del mercato della forza-lavoro. Detto in modo più sintetico e astratto: il feticcio della cosa merce-denaro-capitale incarna l’assenza di consapevolezza e di controllo degli attori umani, siano essi i lavoratori o gli imprenditori o i redditieri, mentre le persone reificate diventano appendici del meccanismo sociale che non comprendono, e così vivono sempre di più un mondo di individualizzazione atomizzata, elevato a potenza quando intelligenza artificiale, digitalizzazione e lavoro da remoto isolano gli attori della produzione.
L’atomismo sociale proprio del mondo del capitale è diventato un fatto, non è più solo un concetto di difficile percezione come era finché la produzione e il consumo di massa occupavano il campo della superficie organizzativa dei processi economici. La relazione di interintradipendenza che non è mai stata così intensa come nell’epoca del capitalismo globale, tanto nella dimensione produttiva quanto in quella commerciale e della comunicazione pubblica e privata, rimane invece un presupposto tecnico muto, invisibile all’apparenza acritica, astorica e letteralistica dei processi lavorativi. La pervasività e la profondità del processo diventa evidente quando si considerino i rapporti affettivi-sessuali trasformati nei loro tempi e nelle loro modalità, diventati spesso più brevi, più occasionali, più impersonali. Questo non vuol dire affatto tessere le lodi del passato: l’ubriacatura dell’occasionalismo erotico ha almeno il merito di aver vinto sul perbenismo e sul moralismo ipocrita delle società del divieto e dell’esclusione. Ma in ogni caso si può scorgere quanto sia pervasiva e profonda la dominanza dei due “nuovi padroni”: l’algoritmo, perfetta espressione del feticcio giunto alla sua astrazione disincarnata, e la trasformazione del popolo e delle classi nella “clientela”, che diventa preda della allucinazione di poter “comandare”, giusto perché la pubblicità ci sa convincere che il mercato risponde alle domande dei “clienti”. Questo processo ha spiazzato e dissolto il movimento operaio nelle forme storiche che fin qui ha avuto, lo ha frammentato fino all’atomismo di cui è fatta la configurazione socio-culturale del capitalismo globale.
L’alternativa, per quanto utopica possa ormai suonare questa parola, si è spostata ancora più in là, nel tempo storico, ma anche in estensione e in profondità: non sono più possibili progetti-sogni di rivoluzionamento del nostro modo di vita che non siano globali tanto e più di quanto siano le caratteristiche essenziali del modo di produrre, di scambiare, di pensare e di percepire del capitalismo globale. Per questo penso che l’obbiettivo di chi voglia criticare e abolire lo stato di cose presente (geniale definizione marxiana) oggi debba avere come orizzonte – utopico sì, ma nel senso che indica la direzione di un movimento di senso e non una costruzione fantasmatica da realizzare – niente di meno di una rivoluzione culturale-antropologica che costruisca una diversa e nuova umanità, capace di cogliere la coappartenenza comune anche nei tratti individuali del proprio essere e del proprio operare. Finisco con una citazione di Pierre Hadot a proposito della filosofia come stile di vita in relazione alla trasformazione sociale radicale, insomma, alla rivoluzione, però messa in rapporto e preparata dall’impegno dei singoli e dei gruppi a trasformare radicalmente se stessi. Hadot dunque all’inizio del suo capitolo sugli esercizi spirituali cita un passo di George Friedmann4 “Fare il proprio volo ogni giorno! Almeno un momento che può essere breve, purché sia intenso. Ogni giorno un ‘esercizio spirituale’, da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare. Esercizi spirituali. Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome (che di tanto in tanto prude come un male cronico). Fuggire la maldicenza. Deporre la pietà e l’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Eternarsi superandosi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta. Numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni”. Queste parole sono state scritte nel 1970 in una situazione per molti aspetti opposta a quella di oggi, ma tanto più sono adatte al mondo di oggi e alle speranze per domani: si tratta di ricominciare da capo, nella situazione presente, di capovolgere l’atomismo sociale per riconoscere la interintradipendenza di tutti da tutti e, su questa base, per lottare e costruire una alternativa capace di mettere al primo posto l’intero – oggi nel pensiero, nel sentimento e nell’esercizio, domani nel mondo – e, attraverso questo riconoscimento della base e della casa comune, realizzare le potenzialità umane di ciascuno.
Note
1 Cfr. il mio La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina, Milano, 2012, in particolare il capitolo 3: “La normalità nevrotica del nostro tempo e le patologie del desiderio” ma il termine licitazionismo appare già in libri precedenti come Dio il Mondo, L’animale visionario e La filosofia come stile di vita.
2 Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano, 1996; (nuova ed. 2014).
3 A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi (1998), tr. it. Einaudi, Torino, 1999
4 P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica (1987), Einaudi, Torino, 1988, p. 29